Peter Fleming, il fratello di 007

Per molto tempo il Fleming famoso non fu Ian ma suo fratello Peter, maggiore di un anno e a lui superiore in tutto. Peter andò a Eton e a Oxford, mentre Ian, lasciata malamente la scuola, fu mandato all’accademia militare. Nel suo primo, trionfale libro, uscito quando l’autore aveva ventisei anni e poi seguito da molti altri su esperienze vissute in tutto il mondo, Peter si impose anche come protagonista di avventure esotiche. Intanto Ian faceva dell’alpinismo; poi fu inviato speciale; infine tentò di occuparsi della banca di famiglia. In guerra entrambi i fratelli si comportarono bene, ma anche qui fu Peter a vedere l’azione, in Norvegia e in Grecia prima di essere adibito al Sud-Est asiatico, mentre Ian pur facendo carriera in Marina operò sempre dietro le linee.

Fu ancora Peter a convincere l’editore Cape ad accettare un manoscritto di Ian, che probabilmente rimise anche un po’ a posto; di sicuro si sa che inventò il nome di Miss Moneypenny. Debutto di James Bond, Casino Royale fu accolto con qualche perplessità, ma gli episodi seguenti piacquero, e ben presto il Fleming cadetto fu in grado di mantenersi sfornandone uno all’anno. Per lui la celebrità giunse quando due sconosciuti produttori inglesi, Saltzman e Broccoli, gli proposero di adattarli al cinema, scritturando per l’occasione un altrettanto sconosciuto attore scozzese.

Oggi che l’editoria rilancia il Fleming primogenito, non è difficile trovare in lui qualche punto di contatto col mitico personaggio inventato da suo fratello. Senza arrivare a sostenere che Peter, bello, temerario, fascinoso com’era, abbia direttamente posato per James Bond, è lampante che i due Fleming abbiano in comune con l’agente 007 tratti salienti come la spericolatezza, l’autoironia, la capacità tanto di apprezzare tutte le raffinatezze del lusso (Ian precorse lo snobismo di massa facendo agire Bond tra griffe di champagne, automobili, profumi) quanto di sopportare allegramente le privazioni peggiori. Soprattutto, i tre – Bond, Peter e Ian -, esponenti della razza imperiale doc nelle sue ultime manifestazioni, condividono un tranquillo senso del superiore destino dell’uomo bianco e inglese.

Avventura brasiliana (Nutrimenti, pp. 476, € 22), con cui Peter si rivelò nel 1933, è il resoconto di una assurda avventura vissuta dal narratore. Giovane giornalista, costui nota sul Times un’inserzione in cui si cercano volontari per una spedizione nell’interno del Brasile, e senza esitare paga la sua quota e parte. Scopo dell’impresa sarebbe scoprire che fine abbia fatto Fawcett, un esploratore inglese scomparso nell’altipiano selvaggio alcuni anni prima mentre cercava le rovine di una città leggendaria, ma le probabilità che costui sia vivo o anche solo che abbia lasciato qualche traccia tangibile appaiono subito quasi inesistenti. Inoltre la comitiva è composta da neofiti coordinati da un promotore trombone che è il primo a non prenderla sul serio. Si tratta di addentrarsi, sempre più lentamente e faticosamente, dentro una boscaglia inesplorata, risalendo a piedi o in canoa fiumi impervi e incontrando ogni tanto insediamenti di indigeni miserabili, talvolta accuditi da qualche missionario.

La cifra vincente del libro è il tono scanzonato che Peter adotta sin dall’inizio, togliendo al lettore qualsiasi aspettativa di gesta epiche, e anzi minimizzando i pericoli (mai visto un serpente; le belve sono innocue; il vero tormento sono le zanzare…). Ne esce una sequela allegramente paradossale di scomodità e privazioni, mentre i nostri eroi continuano caparbiamente a inoltrarsi, per settimane e poi per mesi, fino al momento in cui, sfiniti, decidono di tornare indietro, con un’anabasi non meno lancinante. Ma la fatica, il rischio, la sofferenza, vanno affrontati senza un perché: fanno parte dell’audacia naturale del giovane conquistador Peter Fleming, il quale non ha mai dubbi su come comportarsi. Per esempio, quando gli capita davanti un animale, gli spara; così. Ammazza più di cento inoffensivi coccodrilli, uno, enorme centrandolo brillantemente in un occhio. Una notte i nostri sono allo stremo, ma lui sente soffiare un anaconda, e benché sia buio cerca subito di farlo fuori, sparando alla cieca cartucce preziose.

Intendiamoci, non c’è crudeltà; c’è solo un sereno senso di dominio sull’ambiente. Questo zio di Bond è il colonialista di una volta, che osserva benevolo gli esponenti del Terzo mondo – indios poverissimi cui toglie il cibo di bocca in cambio di cianfrusaglie – sorridendo dei loro limiti. Tutto gli spetta, specie se comporta sacrifici (che nessuno gli chiede di fare), esattamente come Robinson Crusoe tre secoli prima. D’altro canto, ha classe e gioca secondo le regole. Non bara, non imbroglia, cita Shakespeare, non si lamenta né degli incidenti né dell’inaffidabilità degli indigeni, non è mai abbandonato dall’umorismo; e, anche qui superando il plumbeo fratello minore, scrive con scioltezza e fantasia.

lastampa.it

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