Una giornata da Brioni

La magia era tutta lì, in quella lussuosa fodera di seta che accostava il logo Brioni a quello di 007. L’interno dello smoking usato da Daniel Craig in Casino Royale è il dettaglio che ha emozionato di più i presenti alla giornata milanese organizzata da Le Cercle lo scorso 6 settembre alla boutique Brioni, il marchio storico di moda nato a Roma nel 1945 e diventato nei decenni simbolo di un’eleganza maschile senza confronti nel globo.

A far da cicerone tra i segreti del negozio di via del Gesù Angelo Petrucci in persona, il cuore pulsante delle collezioni del marchio, la mente creativa e realizzativa delle proposte Brioni, chief master tailor della casa e punto di riferimento delle celebrities più irraggiungibili. Angelo ci parla con affabilità e understatement, ben conscio però di essere in un ruolo che fa gola a molti. E tra questi, ci sono moltissimi suoi colleghi.

«Si è passati dall’eleganza made in England di Savile Row – ci spiega illustrando il suo approdo alla produzione cinematografica più prestigiosa del Regno Unito – alle creazioni di Tom Ford. Poi nel 1994 la Eon Production aveva deciso di rilanciare Bond come riferimento stilistico maschile, un’icona riconosciuta ma forse in quegli anni meno riconoscibile. L’immagine era appannata, inutile girarci intorno. Savile Row è sempre prestigiosa come origine, ma dagli anni 70 in poi non ha avuto ricambio e i creativi latitano. E noi di Brioni fummo chiamati a Londra per fare delle proposte. Ogni paese presente aveva tre firme blasonatissime in competizione tra loro». Petrucci, oggi 42enne, alla casa di moda dal 1985, è un signore troppo chic per rivelare chi erano i competitor italiani. In particolar modo uno, che addirittura aveva offerto 2 milioni di dollari per accaparrarsi la partnership con l’agente segreto. Che significa costumi di scena, pubblicità esplicita, titoli di coda e testimonial assicurato. E Brioni come rilanciò? «Niente, dicemmo che il nostro marchio non paga ma è abituato a essere pagato. E che se ci si richiedeva flessibilità sui tempi, noi eravamo in grado di fornire pezzi sartoriali con più velocità». Alla fine l’ingaggio lo ebbe proprio Angelo Petrucci che si ritrovò a lavorare di lì a poco per Goldeneye con Pierce Brosnan.

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Da lì è nato un binomio vincente che continua tuttora e che ha portato ai vertici della massima eleganza mondiale sia la nuova immagine di James Bond che il marchio italiano che lo veste. Che è nato, invero, a Roma ma da un sarto di Penne, in provincia di Pescara dove tutt’oggi la label ha una vera scuola di futuri creativi dei tessuti. Ed è lì che crea Angelo Petrucci, che ha chiuso il cerchio della casa di moda, visto che è originario proprio di Penne: «Sono al lavoro in esclusiva per Brioni e ne sono fiero. È il primo marchio che nel 1952 si è inventato le sfilate di moda maschile. Nessuno lo aveva fatto prima e Brioni mandò in passerella a Palazzo Pitti di Firenze mannequin maschili. «Oggi le nostre creazioni sono il livello più alto della sartoria maschile globale. Lo posso dire perché nel dettaglio c’è tutta la cura che ci mettiamo. Il nostro abito richiede fino a 23 ore di lavoro continue, mentre quello del prodotto moda al massimo ne richiede 3 o 4. Anche per le scarpe, che ora produciamo in Toscana ed Emilia, siamo arrivati a una lavorazione custom made che non ne fa realizzare più di 60 paia al giorno». Quella degli accessori Brioni è una nuova sfida che è partita con l’ingresso nel Gruppo Caring dell’azienda, la holding che comprende tra gli altri Gucci e Bottega Veneta.

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Un total look che si ammira anche nelle scene più celebri degli ultimi episodi bondiani. Lo smoking della scena del tavolo di Casino Royale indossato da Daniel Craig ne è un esempio. Una fattura impeccabile, con giacca foderata con portapillole e spazio per le carte di credito. Anche la tasca per la pistola è stata modellata all’interno tenendo conto delle dimensioni dell’arma riprodotta in cartonato. All’epoca lo smoking creò tale eccitazione che ne furono riprodotte 600 copie in limited edition. Sono state le uniche royalties che Brioni ha dovuto pagare alla Eon.

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Lo stupore tra i presenti all’incontro aumenta quando Angelo dal closet super privato illustra gli schizzi degli abiti usati per il film, le etichette, mostra addirittura le differenze tra i capi usati dagli stuntmen e quelli degli attori di scena. Anche per le prove tutti i vestiti hanno i due marchi tempestati nelle fodere. Prodotti per essere solo vestiti di prova, farebbero la gioia di collezionisti intorno al mondo. «Tutti i dettagli sono frutto di sessioni di lavoro con tessuti prova e aggiustamenti in progress – dice Petrucci – che seguo io personalmente. Degli attori che vesto devo sapere tutto. Daniel Craig è alto 1.78 e veste una 50 drop anche se di torace è 51,5. Quando l’ho visto la prima volta era a Baltimora a girare un film con Nicole Kidman. Ci siamo poi ritrovati anche sulla scena con appunti in mano del gruppo dei costumisti. Ho avuto quindi la fortuna di vivere le fasi preparatorie ma anche quelle frenetiche del “girato”». Nella stessa scena, la casa di moda è stata capace di interpretare un mood diverso per ogni personaggio. Ecco che il personaggio russo aveva uno smoking in tessuto broccato con profili in pelliccia di visone, per Urbano Barberini era stato scelto uno smoking minimal («lui nella vita è già cliente nostro», spiega Petrucci), Infante invece aveva un safari tuxedo e poi si è fatto fare dei cappotti per uso privato.

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Angelo è anche uno che con garbo ti svela retroscena insospettabili, quegli aneddoti che nella lussuosa boutique milanese (presto ne verrà aperta un’altra con finanche dimore luxury per i clienti) hanno fatto la gioia degli amici di Le Cercle. «Posso dirvi che Daniel Craig la prima volta si è presentato all’incontro con barba incolta e vestiti trasandati. Due mesi dopo era decisamente più in forma. L’ho visto quattro volte in tutto, compresa quella volta sul set durante la scena della ferita da arma da fuoco al ginocchio. Ecco lì era decisamente affaticato, stressato anche dimagrito. Mi confessò che voleva andarsene in vacanza dopo quella scena. Poi mi è stato riferito che aveva avuto anche problemi a guidare l’Aston Martin».

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E con Pierce Brosnan, che è stato il debutto di Brioni in Bond? «Con lui è nata un’amicizia, anche se non lo sento da un paio d’anni. Sono stato ospite suo in Irlanda, ho conosciuto sua moglie. Negli anni 90 a Londra ci siamo pure imbattuti in un party di Madonna e Banderas che erano lì per girare Evita. Pierce era molto alla mano nel privèe ma appena superava il cordone della sua vita sociale ristretta diventava un altro, elegante e professionale».

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Anche se stuzzicato in ambito meno formale durante il pranzo, Angelo non rivela pregi e difetti dei suoi clienti, che siano protagonisti dei set internazionali cinematografici o delle case reali più ricche del pianeta. E non si sbilancia sulle foto che in più di un’occasione hanno ritratto l’uomo più potente della terra (Barack Obama) con abito Brioni. Pare ci sia un severo vincolo di privacy attorno alle scelte stilistiche del presidente. «Posso dire che adattiamo la produzione tailor made ai posti dove vanno a finire i nostri capi, tenendo conto del clima come della persona che li indossa. Agli inglesi, ad esempio, gli abiti formali maschili piacciono con una certa rigidità che sarebbe impensabile sottoporre a un cliente italiano. La nostra eleganza non è vistosa ma curata. L’83% dei punti a mano di un nostro abito è all’interno, non si vede. Il capo deve seguire il corpo, abbiamo tagli che superano i 50 modelli. I prezzi? Il vestito basic va dai 2800 euro con il 20% per le modifiche ad hoc. Ma arriviamo anche a 37mila euro». Non è uno show off ma una giusta indicazione del range di professionalità in cui abbiamo avuto la fortuna di indagare in questa visita. Del resto, se anche uno dei top influential italiani come Ferruccio De Bortoli è venuto a far visita all’atelier proprio durante il nostro incontro, significa che l’appeal di queste creazioni è realmente irresistibile. Forse merito anche dell’esposizione che Bond gli ha ulteriormente fornito? «Forse è vero, perché il direttore è venuto proprio con una richiesta di uno smoking ben precisa», chiosa Petrucci.

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Articolo di Christian D’Antonio scritto in esclusiva per il magazine Mr.Bond N.23. ( Vietata la pubblicazione senza il consenso dell’autore)

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