Black Tie, please…

Quando in fondo a un invito appare la scritta Black tie vuol dire una cosa precisa che non si può interpretare liberamente. Significa che bisogna risfoderare lo smoking indossato qualche anno fa a una serata di gala e verificare che il giro vita chiuda ancora bene. Altrimenti bisogna comprarne o noleggiarne uno, completo di tutti gli accessori di rigore. Camicia inamidata, papillon nero (ecco il black tie a cui si riferisce la formula di etichetta, da non intendere come cravatta, perché sarebbe sbagliatissimo…), fascia in vita nera come il farfallino, scarpe sottili e lucide, polsini allacciati con gemelli, pantaloni con la riga a piombo, orologio elegante: nel guardaroba di un uomo lo smoking, altrimenti detto dinner jacket in Inghilterra e tuxedo negli Stati Uniti, è l’abito più formale che si possa indossare in tutta la vita. Davvero pochi infatti hanno l’occasione di dirigere un’orchestra alla Scala, al Metropolitan di New York o al Festspielhaus di Bayreuth, oppure di partecipare alla cerimonia dei premi Nobel, cioè le uniche occasioni in cui il dress code prescrive il White tie, ovvero il papillon bianco del frac che è ancora più formale e importante dello smoking.
Secondo molti il black tie suit è troppo impettito, poco confortevole: in realtà basta conoscerne le regole e sdrammatizzarne il sussiego. E soprattutto sentirsi sicuri del proprio aspetto e delle proprie scelte, anche se si decide di deludere chi ha mandato l’invito optando per un semplice abito scuro. Un po’ come Edoardo VII, il re più edonista della storia inglese (a dispetto della sobria madre Vittoria), che nel 1860 cominciò a portare la comoda smoking jacket (la giacca da fumo in velluto che i gentleman indossavano sopra l’abito nei club maschili oppure in casa) anche all’ora del cocktail o per cena, in un’epoca in cui all’imbrunire si poteva usare solo il frac. Ovvio che, se il corpulento re voleva prendersi questa libertà, i sarti inglesi lo assecondassero trasformando la domestica smoking jacket in qualcosa di più elegante; ovvio anche che tutti gli aristocratici imitassero il sovrano, e i borghesi ma ricchissimi americani di cui Edoardo VII amava circondarsi seguissero il trend. Fu uno di questi, James Brown Potter, a introdurre la nuova moda della giacca nera e corta, senza le code del frac, al Tuxedo Park, il club privato per ricchi newyorkesi da cui deriva il nome americano del capo. I campioni degli imperi “new money” non esitarono a far proprio lo smoking come divisa formale disinvolta quanto i loro affari e di conseguenza il frac restò appannaggio delle occasioni di gala e di un certo retaggio aristocratico. Per questo il principe di Salina, protagonista de Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, che accoglie gli ospiti a cena in abito da pomeriggio per non metterli in imbarazzo, ride al vedere il grossolano frac («…il panno era finissimo ma il taglio semplicemente mostruoso») di don Calogero, il borghese arricchito che non conosce il galateo. Sarà poi il goffo parvenu a intuire lo spirito dei tempi nuovi e a sfruttarne i vantaggi, ma è indubbio che al principe di Salina, interpretato da Burt Lancaster nel film di Visconti tratto dal romanzo, l’abito da sera stia molto meglio.

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Del resto non sono i primi tycoon del petrolio, del tabacco o delle speculazioni finanziarie i migliori interpreti del tuxedo ma, diversi anni dopo, gli attori hollywoodiani che per eleganza, celebrità e savoir faire diventano i nuovi principi del panorama mediatico. Master of style il James Bond di Sean Connery, che spara, spia, fugge, insegue e seduce le sue prede con la stessa nonchalance con cui sorseggia champagne, senza mai sgualcire il fit perfetto dello smoking che indossa anche nella locandina di Agente 007. Dalla Russia con amore (1963). Senza dubbio il suo abito era stato confezionato su misura, perché niente è confortevole e impeccabile quanto un capo realizzato esattamente sulle proprie proporzioni ed eventuali sproporzioni.
Dato che lo smoking viene chiamato in causa solo negli eventi eccezionali e può durare una vita, salvo drastici cambi di taglia, vale la pena di spendere qualcosa e di rivolgersi al sarto. Il noleggio è un’ipotesi da considerare solo se si possiede una taglia da cartamodello, altrimenti sarà difficile trovare una misura standard che calzi a pennello: sembrare Don Calogero non sarebbe un successo. Non correva questo rischio Roger Moore, il James Bond degli anni ’70, che dimostrava una confidenza magistrale con la dinner jacket, anche nella variante bianca estiva che avrebbe fatto sembrare chiunque altro un cameriere o un mago televisivo (il caro vecchio Silvan). A quel punto, comunque, la dinner jacket si era arricchita di tutti i dettagli presi dal mondo delle uniformi nobiliari e militari che oggi costituiscono il lessico imprescindibile dello smoking. La giacca è generalmente monopetto, ma anche doppiopetto, sempre allacciata a un bottone; il collo in raso a contrasto è a scialle (eredità delle giacche da fumo) oppure con revers a lancia, i pantaloni hanno i galloni (strisce di tessuto cucite ai lati) dello stesso tessuto dei revers e sono rigorosamente senza risvolto e senza cintura. Concesse le bretelle, purché restino coperte. Il gilet, anche quello senza dorso sostituito da un paio di cinghiette “dietro le quinte” inventato dal duca di Windsor, nipote di Edoardo VII, è facoltativo; se il giro vita lo consente si può sostituire con una fusciacca in raso. Papillon, gemelli in oro e bottoni gioiello per la camicia sono ulteriori dettagli di rigore. Per uscire, niente giacconi o piumini sopra lo smoking: il coprispalla corretto è un cappotto liscio e nero (possibilmente in cachemire) al ginocchio.

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Di tutti gli obblighi, il più permissivo è il colore: black tie infatti non significa necessariamente nero ma anche blu notte, una variante ascrivibile al solito duca di Windsor che si era accorto di come, per una questione di assorbimento della luce artificiale, dopo il tramonto il blu appaia ancora più nero del nero stesso. Le successive licenze cromatiche dal bordeaux al lamé sono un divertissement degli stilisti, ma i manuali di bon ton le guardano con distacco. Lo smoking blu notte portato su camicia nera con colletto alla coreana di Hugo Boss è una proposta intrigante, così come il velluto al posto del panno per l’intero vestito, se il clima e la situazione lo consentono. Total blue anche per Valentino, dai pantaloni al papillon, con il semplice contrasto in nero di un profilo sui revers: d’altra parte l’esercizio dei creativi va a reinventare proprio gli assiomi del tuxedo stesso, dal colore della camicia, che Costume National sostituisce con un dolcevita, al panno scuro dell’abito, che Gucci trasforma in tweed, fino al farfallino che Ermenegildo Zegna elimina del tutto.

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A far capire che si tratta di uno smoking resta il risvolto a contrasto, ma a volte un particolare non basta e il rispetto della tradizione passa in vantaggio estetico. Continua infatti ad avere un solido perché il tessuto in fresco di lana e il taglio su misura del brand trevigiano Enrico Monti, così come la linea asciutta secondo tradizione sartoriale italiana di Caruso. Una breccia del contemporaneo molto criticata dai fedeli al tuxedo classico degli anni ‘30 è rappresentata dalla cravatta, che compare a volte al posto del papillon sulle passerelle, ma quando l’occasione è decisamente formale nemmeno i divi del grande schermo si permettono di sgarrare, neanche i più giovani come Daniel Radcliffe, l’ex maghetto Harry Potter. L’Oscar dell’eleganza va comunque a Tom Ford, di gusto discutibile in altre circostanze ma non quando si tratta di abiti: lo stilista texano mostra di vestire la dinner jacket come se ci fosse nato dentro e non dimentica nemmeno il particolare più delicato, ovvero la boutonnière, il fiore all’occhiello di nome e di fatto. Una gardenia naturalmente, what else?

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businesspeople.it

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