Né Connery, né Moore, né Craig. Lo 007 più bello è quello di Lazenby: parola di Soderbergh

È un piccolo scrigno di tesori per cinefili il sito internet di Steven Soderbergh che oltre a mettere in mostra i suoi dipinti (sì, è anche pittore oltre che regista, produttore, montatore, sceneggiatore, attore e direttore della fotografia nei suoi film con lo pseudonimo di Peter Andrews), pubblica memorabilia correlate ai suoi lavori e minuziosamente cataloga i film visti da quando è adolescente, con lo spessore di un critico e la conoscenza da ‘cinematografaro’. Il post più recente è quello sui Cancelli del cielo di Cimino. Quello che ci ha colpito è su uno dei più bistrattati film degli anni ’60: Agente 007 – Al servizio segreto di Sua Maestà di Peter R. Hunt, noto come il capitolo della saga in cui Sean Connery fece un (primo) passo indietro per lasciare il ruolo a George Lazenby (che poi non volle replicare). “Avendo fatto film non del tutto capiti o apprezzati al momento della loro presentazione – scrive Soderbergh – sono sensibile a opere che hanno avuto lo stesso destino”. C’è da dire che dopo la vittoria a Cannes di Sesso, bugie e videotape, al botteghino di Ocean’s Eleven e agli Oscar di Traffic ed Erin Brockovich, effettivamente il regista ha diretto lavori meno noti come Full Frontal, Solaris, Intrigo a Berlino, The Informant!, Contagion o Knockout – Resa dei conti. “In questo caso – aggiunge a proposito del film su 007 – credo che Peter Hunt abbia fatto un grande Bond che non fu considerato grande quando uscì”. “Per me – e qui si lancia nel suo endorsement – senza alcun dubbio, cinematograficamente, Agente 007 – Al servizio segreto di Sua Maestà è il miglior Bond mai fatto e l’unico che valga la pena rivedere a ripetizione per ragioni altre rispetto al puro divertimento (…) diverso da tutti gli altri (…) è come se Peter Hunt (che aveva montato i primi cinque 007) avesse preso tutte le idee della nouvelle vague francese mescolandole con Eisenstein in un frullatore per creare una grammatica (…) che esteticamente riesce a unire prima e seconda unità (le troupe impegnate sul set, ndr), usando sempre vere inquadrature e non semplici coperture nelle scene d’azione”. Soderbergh poi elogia la colonna sonora di John Barry, l’interpretazione abbagliante di Diana Rigg all’epoca celebre per Agente speciale. Il punto debole? Lazenby, ma non per i motivi che ci saremmo aspettati: “Nessuno lo ha aiutato durante le riprese o nel montaggio, non riesce mai a finire una battuta mentre è inquadrato (…) tutti concentrati su chi non era (Sean Connery) e non su chi potesse essere”. Al regista di Dietro i candelabri piace invece la vulnerabilità di Lazenby, sconosciuta a Connery, che gli permette di avere paura e di innamorarsi di Tracy, specie nella scena finale che non vi sveliamo se non avete visto il film e se magari, dopo questi commenti, avrete voglia di riscoprirlo.

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