SPECTRE. La recensione per Mr.Bond a cura di Andrea Carlo Cappi

Ci sono vari fattori che permettono di valutare un film di James Bond. Il primo è il piacere istintivo della visione al cinema. Ho scoperto i film di 007 da bambino e, anche se era il 1970 e la Bond Fever degli anni Sessanta era ormai al termine, me la sono rivissuta in privato, vedendo – e poi rivedendo – tutte le pellicole sul grande schermo grazie a riedizioni, rassegne e cinema di terza visione. Da «Una cascata di diamanti» in poi, l’uscita di ogni nuovo film era un evento che attendevo con emozione. È stato lo stesso per «SPECTRE», dal momento della conferenza stampa del dicembre 2014.
Se come studioso del fenomeno Bond conoscevo i retroscena della battaglia legale che ha escluso per oltre quarant’anni la SPECTRE dai film di 007, come aficionado non potevo non vibrare di aspettative per il recupero di uno degli elementi mitici del cinema degli anni Sessanta, ispiratore di tutte le superorganizzazioni segrete apparse in serie tv e nei fumetti dell’epoca, dalla THRUSH ne «L’uomo dell’UNCLE» (telefilm alla cui creazione ha contribuito lo stesso Fleming e che ha conosciuto la scorsa estate un remake cinematografico con «Operazione UNCLE»), fino a Hydra nei fumetti della Marvel che abbiamo rivisto di recente al cinema nella saga degli «Avengers» e in televisione con «Agents of SHIELD».

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L’importante era che produttori e sceneggiatori di 007 seguissero il cammino intrapreso con il nuovo ciclo cominciato nel 2006 con «Casinò Royale» e non cedessero alla tentazione di fare del nuovo film un prodotto imitativo pronto a sconfinare nel videogioco, per intenderci come era accaduto nel secondo tempo de «La morte può attendere».
Le aspettative non sono state deluse e la EON Production è riuscita a confezionare per la quarta volta un film che da un lato soddisfa il gusto di chi cerca la spettacolarità di ciò che 007 è diventato al cinema, dall’altro quello di che pretende una storia che sia davvero di James Bond, non una qualsiasi avventura spionistica di azione. In questo il quarto capitolo craighiano sfrutta il percorso compiuto nei primi tre film: la genesi non solo del personaggio, ma di tutto il suo entourage, fino a ricostituire lo staff classico dei vecchi film, ossia M, Q e Moneypenny, con l’aggiunta di Bill Tanner, figura ricorrente nei romanzi di Fleming e di alcuni suoi successori.
Ora 007, finalmente con la sequenza gunbarrel nei fotogrammi di apertura, è pronto per il suo ruolo e lo spettacolo ha inizio. L’appassionato riconosce le citazioni, lo spettatore normale si diverte e basta. I critici cinematografici sono una razza a parte: molti abbandonano la sala ben prima della fine della proiezione riservata alla stampa (memore di recensioni passate, me li immagino pronti a consegnare al giornale la stroncatura che hanno scritto prima ancora di vedere il film), altri escono dal cinema borbottando. Ho letto anche una recensione britannica che definisce Madeleine Swann la solita «damigella in pericolo» quando ci sono almeno due scene in cui è lei a intervenire per salvare la vita a Bond; ma forse in quei momenti l’autore dell’articolo era in bagno. Non così gli spettatori che vanno al cinema per divertirsi ed escono da «SPECTRE» commentando: «Spettacolare… Ha superato se stesso…» Insomma, l’obiettivo primario di catturare il pubblico è stato centrato.

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Il secondo criterio di valutazione è sul piano tecnico. «Casinò Royale» era diretto da un serio professionista, Martin Campbell, che si occupava di dirigere con sicurezza scene di dialogo, momenti di suspense e sequenze di azione senza voler dare una propria impronta ma privilegiando la sceneggiatura; non a caso, il primo episodio della serie con Daniel Craig resta uno dei migliori 007 di tutti i tempi, forte anche del romanzo originale di Fleming ben inglobato in una sovrastruttura che lo adatta ai giorni nostri. «Quantum of Solace» era diretto da Marc Forster, quindi da un regista-autore, ed era penalizzato da una sceneggiatura sforbiciata prima delle riprese (sospetto per questioni tecniche di tempi di produzione), sacrificando sviluppi nella trama e nei personaggi, e portando al Bond movie più breve di tutti i tempi; restavano solo virtuosismi di regia e montaggio, come la sequenza della «Tosca» a Vienna. «Skyfall», anch’esso nelle mani di un regista-autore quale Sam Mendes, ha avuto modo di svilupparsi in maniera più naturale, diventando il film della serie più curato sul piano estetico: basti pensare ai colori tecno-fluorescenti di Shanghai, al rosso laccato di Macao, al grigio-verde di Skyfall che lascia spazio alla dominante rosso-aranciata delle fiamme nel finale. Ma anche qui la sceneggiatura non reggeva il confronto con «Casinò Royale».
Sam Mendes ritorna all’opera in «SPECTRE», pure in questo caso su una sceneggiatura non a tenuta stagna. Per dirne una, per quale motivo Hinx cerca di uccidere Bond e Madeleine sull’Oriental Desert Express, quando i due sono in realtà attesi alla base della SPECTRE, dove Blofeld pregusta il piacere della tortura e della distruzione psico-fisica finale del suo fratellastro? Spiegazione più logica: Hinx ha deciso di agire in proprio, pensando di fare un favore al suo capo. Spiegazione effettiva: una volta decisa l’ambientazione suggestiva su un treno che corre nel deserto, come resistere alla tentazione di citare le scene di lotta ferroviaria di «Dalla Russia con amore», «Vivi e lascia morire» e «La spia che mi amava»? In «SPECTRE» del resto le citazioni, non solo bondiane, non si contano: Edward Coffrini Dell’Orto, Giancarlo Narciso e io ne abbiamo enumerate un’infinità nei nostri articoli nella sezione «James Bond 007» del webmagazine HYPERLINK “http://www.borderfiction.com/”www.borderfiction.com (ce n’è sfuggita, credo, solo una: il dialogo tra l’agente segreto e… un topo, che rimanda a una scena con Sean Connery in «Una cascata di diamanti»).
In sostanza, la sceneggiatura insegue molto i riferimenti al passato, inseriti in una trama interessante che sotto certi aspetti ricorda (in chiave meno fantascientifica) il complotto del recente «Captain America – The Winter Soldier»: là c’erano SHIELD e Hydra, qui i servizi segreti occidentali riuniti e la SPECTRE. Ma gli aspetti più importanti in questo film sono la resa cinematografica, il fascino delle atmosfere e le sequenze in cui molte scene spettacolari non sono realizzate al computer bensì dal vero, come nella migliore tradizione di 007. Le scene iniziali di Città del Messico – con gli autentici stunt in elicottero – sono girate con migliaia di comparse, abbellite da costumi splendidi e dai ritmi del gruppo Tambuco, impreziosite da un piano-sequenza di apertura che sfida in abilità quello del leggendario incipit del film «L’infernale Quinlan» di Orson Welles.

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Meno efficace, a mio avviso, il resto della colonna sonora: benché già candidato all’Oscar per «Skyfall», anche qui Thomas Newman non va oltre un abile impiego del tema classico scritto da Monty Norman e da buone musiche di accompagnamento, senza riuscire a competere con la capacità del suo predecessore David Arnold di modernizzare lo stile bondiano fondato negli anni Sessanta dalle musiche di John Barry. E devo confessare che, dopo l’ottima canzone di Adele per «Skyfall» (la più Bond-style degli ultimi anni) quella di Sam Smith è forse l’unica di cui preferisco… la versione strumentale. Tra parentesi, «Writing’s on the wall» (La scritta è sul muro) è un’espressione inglese che indica un cattivo presagio ed era, se non erro, una battuta di Timothy Dalton in «Zona pericolo»). Nondimeno mi sono affrettato ad acquistare tanto il cd della colonna sonora quanto il singolo della canzone, per protrarre l’esperienza del film al di fuori dal cinema. Anche questa è una lunga tradizione personale.
Il terzo criterio di valutazione, più per intenditori che per il pubblico generalista, è: quanto c’è in un film di 007 del James Bond letterario? In effetti, qui, moltissimo. Tra il cumulo di citazioni cinematografiche ce ne sono, inevitabilmente, molte di elementi ricavati da Ian Fleming. Inoltre la biografia di 007 come viene proposta già in «Skyfall» è quella che lo scrittore aveva riassunto nel necrologio scritto da M nel romanzo «Si vive solo due volte»: James, figlio dello scozzese Andrew Bond e della svizzera Monique Delacroix, è rimasto orfano da piccolo a seguito di un incidente in montagna di cui i genitori sono rimasti vittima; qui si cita il fatto che in seguito a fare da padre a Bond sia stato un suo istruttore austriaco di sci, Hannes Oberhauser.
Nel canone fleminghiano, come si legge nel racconto «Octopussy», questi risulta essere stato ucciso da Dexter Smythe, nel nuovo film invece le cose sono andate diversamente. Ma ci sono agganci anche ai continuatori ufficiali della saga letteraria, che hanno proseguito il lavoro sul personaggio dopo la prematura morte di Ian Fleming: il monologo sulla tortura di Blofeld è ricavato, quasi alla lettera, da quello che si legge in uno degli ultimi capitoli del romanzo di Robert Markham (pseudonimo di Kingsley Amis) «James Bond 007 – Il colonnello Sun»; mentre l’abolizione della Sezione Doppio Zero nel quadro di una ristrutturazione dei servizi segreti britannici è un dato di fatto nel romanzo «James Bond 007 – Rinnovo di licenza» di John Gardner. Per puro caso, sono i due romanzi che ho scelto, tradotto ex novo e fatto ripubblicare rispettivamente nel 2014 e nel 2015 da Edizioni Cento Autori. Inutile dirvi che vi consiglio di leggerli entrambi.
Per puro caso, Cento Autori è anche la casa editrice per cui pubblica l’autore-scrittore napoletano Peppe Lanzetta, che in «SPECTRE» interpreta Lorenzo, il sicario della SPECTRE che accoglie in modo poco gentile 007 sulla porta del palazzo romano. E, sempre per puro caso, l’editor degli ultimi, ottimi libri pubblicati da Lanzetta – «Sognando l’Avana», «L’isola delle femmine», «Il cavallo di ritorno» e la novità «E la luce sia con voi» – sono proprio io. Dev’essere proprio vero, come recita il motto della famiglia Bond, che il mondo non basta.

A.C Cappi

One thought on “SPECTRE. La recensione per Mr.Bond a cura di Andrea Carlo Cappi

  1. Grazie a Andrea Carlo Cappi per la bella recensione. La scena della lotta con Hinx sul treno dimostra che gli sceneggiatori potevano fare uno sforzo maggiore. Bastava inserire un dialogo di questo tipo nell’incontro tra Bond e Blofeld: “Sorry, james, ho saputo che hai avuto un brutto incontro sul treno. Si è trattato di un’iniziativa personale di un mio sottoposto”. E poi scuotendo sconsolato la testa:”Quanto è difficile oggigiorno trovare personale efficiente”. Al che 007 replica, alludendo a “C”: “Anche il governo di Sua Maestà ha un problema simile”.

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