Robert Davi, il cattivo che ama l’Italia, la lirica e ridere

  
Un vecchio amico del Monte-Carlo Film Festival de la Comédie di Ezio Greggio – dove nel 2007 vinse ben due premi per la sua Opera Prima da regista – Robert Davi è sicuramente un volto noto al grande pubblico, più che un nome forse. Incontrarlo fa un certo effetto, dopo averlo visto e temuto in film come I Goonies, 007 – Vendetta Privata, Trappola di cristallo o I mercenari 3, ma sin da subito si rivela una sorpresa. E pronto a parlare di quello che lo emoziona e appassiona…
Ci incontriamo in Italia, un Paese al quale lei è molto legato, vuole dirci perché?

Io sono nato in america, ma i genitori di mio padre erano di Torretta, vicino Palermo, e quelli di mia madre di Nusco, in provincia di Avellino. Quest’anno, a luglio, sono stato invitato a Torretta dove mi hanno dato la cittadinanza onoraria. Per cui si, sono nato in America, ma ho “anema e core” italiani. La mia prima lingua, da giovane, è stata l’italiano. Il mio sangue vibra quando c’è l’Italia. le mie prime influenze son state tutte italiane: Il cibo, il cinema di Rossellini, Fellini, De Sica, Antonioni… E la musica, l’Opera, la canzone popolare. Mia madre cantava, al Teatro San Carlo, e anche io ho iniziato dall’Opera. Il mio primo film è stato con il più grande italoamericano, Frank Sinatra, il primo a usare il ‘Bel Canto’ nella musica popolare con una profondità di tono che è cresciuta con il tempo, come aveva fatto Caruso, dopo un inizio totalmente lirico. Ma sto divagando…
Si parlava di origini…
Sono diventato amico di J-Ax dopo che si siamo incontrati a New York, lui è un grande fan del film dei Goonies – ha persino un tatuaggio dei Goonies – e quando sono andato a Torretta, mi ha sentito cantare e mi ha invitato a Milano per The Voice of Italy dove ho interpretato un tributo a Sinatra. Ma il viaggio in Sicilia mi ha permesso davvero di ritrovare le mie radici e di scoprire cose sulla mia famiglia e su mio padre Salvatore, Turiddo, Totò, che non sapevo. E le origini del mio nome, che provengono dalla Francia e dalla Spagna – come mi hanno confermato degli esperti di storia incontrati quando stavo girando Cristoforo Colombo La scoperta nel 1992 – persino con ascendenti nobiliari… ma son cose che non importano a nessuno.
Ci sono pochi cattivi come lei nella storia recente del cinema, è un ruolo che è cambiato negli anni?

Ho avuto grandi maestri e un training molto classico, prima di arrivare davanti alla macchina da presa ho fatto centinaia di rappresentazioni, di Shakespeare, Checov, Pirandello, in posti diversi, ma dopo aver fatto il sicario nel film con Sinatra Hollywood mi ha identificato con quel ruolo. In Italia e in Europa forse è differente la transizione verso altri ruoli sarebbe stata più facile, perché siete abituati a volti più interessanti, come quello di Jean-Paul Belmondo del quale abbiamo appena visto il documentario. Era un tipo affascinante, e insieme un duro, negli Stati Uniti lo avrebbero messo in un ruolo secondario. E io sono cresciuto con Brando, Belmondo, Bogart o Tognazzi, Sordi, Mastroianni… erano personaggi, e insieme protagonisti.
Possiamo definirlo un suo rimpianto?

Quando vieni scelto come cattivo, puoi solo scegliere di accettare o rifiutare. Al massimo, come faccio, cerchi di dargli un’anima. Anche quando in 007, ho creato il mio personaggio basandomi sull’assunto che la lealtà fosse più importante del denaro, farne una qualità con la quale mettere in difficoltà il pubblico che pure doveva odiarlo. E lo stesso per I Goonies, nei quali avevo parlato con Richard Donner perché il mio Michele Gammino diventasse più un bambino cresciuto, uno che aveva sempre sognato di cantare, senza che la madre o il fratello lo ascoltassero mai. E che era sempre stato costretto a cantare da solo nello scantinato, preso a schiaffi da tutti. L’idea è piaciuta per fortuna e l’abbiamo tenuta, e ha costituito la motivazione del mio personaggio. Ma è qualcosa che ho fatto sempre, in Kill the Irishman, in The Profiler… Solo in film indipendenti mi hanno lasciato interpretare il buono, ma alla fine resto sempre il cattivo…
Eppure lei ha un’anima diversa, che ogni tanto emerge

Mi salva il cantare, l’ho fatto spesso, in giro per il mondo. Amo recitare, cerco di combinare le due cose, ma come attore spesso sei chiuso ‘in una scatola’, uno stereotipo. È cosi per tutti. Anche Craig sarà stanco di essere James Bond. Tutti si stancano di essere qualcuno, continuamente. Il grande compositore austriaco Gustav Mahler diceva “la musica è quanto di più vicino ci sia all’Assoluto” e per me è un modo di comunicare energia al cuore della gente. Ne abbiamo bisogno, come abbiamo bisogno della commedia. Per combattere il nostro comune nemico, la morte. E intanto rendere il viaggio di tutto migliore, più facile. La musica ci permette di trascendere, anche le differenze, di lingua e non solo.
Qualcosa che lei ha cercato di fare anche come regista

Si, con The Dukes, con cui nel 2007 ho vinto due premi proprio a Monte-Carlo, come Miglior Opera Prima e Miglior Sceneggiatura, e che è stato anche al Festival di Roma. Sono modi per ‘aprire il libro’ ed esprimerti maggiormente, come dico sempre quando faccio il regista. Ora per altro sto scrivendo una nuova sceneggiatura ed è un modo per raccontare quello che pensi sulla vita, mostrare qualcosa di più di te stesso. Quando reciti, sei condizionato, costretto, puoi regalare momenti di verità con la tua interpretazione, ma anche certe figure iconiche che abbiamo avuto a Hollywood non sono riuscite a essere ‘varie’ come potrebbero. A volte come attore hai davvero un unica via. Lo stesso Eddie Redmayne che in The Danish Girl è stato incredibile non potrebbe essere un buon James Bond forse. Resta confinato in un certo tipo di sensibilità. Forse solo Daniel Day-Lewis è riuscito a farlo in Il mio piede sinistro.

film.it

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