Bond 25: There are: an English, a French, a Canadian.

“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. Il motto gattopardesco, coniato dal sicilianissimo Tomasi di Lampedusa, sembra descrivere assai bene il lavoro che, da 55 anni, Eon Productions porta avanti sul personaggio nato dalla penna dell’inglesissimo Ian Fleming. A ben guardare, in tutta la saga, non c’è mai stato un cambio di passo davvero radicale: ogni cambiamento è sempre stato compensato e attutito da elementi di sostanziale continuità. Per questo, da 2 anni a questa parte, le voci che si sono rincorse hanno avuto toni fortemente allarmistici: Mendes va via, Craig pure. 


E con loro, si pensava, anche tutto il comparto creativo. Cosa ne sarà di Bond, del franchise, della sua lunga e nobile tradizione? Oggi, a seguito della diffusione delle prime note ufficiali sappiamo che i tradizionali Purvis e Wade sono stati confermati alla sceneggiatura, abbiamo una data ufficiale di rilascio (8/11/19) e apprendiamo, in queste ultime ore, anche la rosa di nomi da cui spunterà il successore di Sam Mendes. Informazioni ancora sommarie, certo, che ci dicono ancora poco rispetto a cosa sarà Bond 25, ma rivelatrici di quale sia l’obiettivo, la visione d’insieme, che muove le scelte dei produttori. Continuità o cambiamento? Al momento si direbbe che la bilancia penda nettamente sulla prima opzione. L’anno di rilascio ci rimanda a un’antica tradizione di anni dispari, che è stata mantenuta scaramanticamente invariata fino agli anni ’90. La conferma degli sceneggiatori storici, che a breve festeggeranno 20 anni dal loro primo 007, ci rimanda a figure onnipresenti, che già in passato avevano preservato il valore della continuità bondiana, quali Richard Maibaum.


 A tutto ciò si aggiungono le voci, ormai sempre più credibili, di un ritorno pressoché certo di Craig, e forse persino di Adele. Si direbbe, quindi, che non si abbia intenzione di avviare un nuovo ciclo, con tutte le incognite che questo avrebbe comportato, ma si preferisca continuare nella direzione già intrapresa del reboot: “Squadra che vince non si cambia”, o così pare. Ma fino ad un certo punto però, perché a cambiare sarà proprio l’allenatore della squadra: il regista. Dai tempi di Terence Young a oggi la figura del regista è sensibilmente cambiata dentro la saga bondiana. Fino agli anni ’80 il regista, per Eon, non era altro che un operaio che metteva a disposizione le proprie abilità tecniche e la propria professionalità al fine di dare forma all’immaginario dei produttori. Un esecutore, una figura funzionale che, in varie occasioni, è stata letteralmente allevata dalla produzione, a proprio uso e consumo, basti pensare a nomi quali Peter Hunt e John Glen. 


Il primo tentativo di esplorare un diverso e più autoriale approccio alla regia bondiana avvenne alla fine degli anni ’90, con la scelta di Michael Apted, già autore di film come Nell, Gorilla nella nebbia e Gorky Park. Ancor di più Marc Forster, reduce da opere intimiste come Monster’s Ball o Il cacciatore di aquiloni. L’obiettivo era manifestamente quello di esplorare nuove sfaccettature del personaggio Bond, conferendogli una maggiore profondità psicologica. 


Un percorso di rielaborazione autoriale del franchise che ha trovato in Sam Mendes il suo compendio: un regista premio Oscar, un autore più avvezzo ai festival che non ai blockbuster. Con Mendes si è proceduto ad un nuovo iter produttivo: il regista non era più un semplice esecutore finale ma, entrando nel team creativo sin dalle prime fasi preproduttive, ne diventava autore a pieno titolo. Una svolta assai significativa, voluta fortemente in occasione del 50° anniversario della saga, e che ha prodotto il bond-film più dirompente degli ultimi due decenni: Skyfall. Con la strada intrapresa da Mendes la saga bondiana ha riavviato il personaggio, approdando ad una popolarità mai più raggiunta dai tempi di Connery o dal primo Moore, e facendolo arrivare a fasce di pubblico fino a quel momento indifferenti. 


Con Skyfall, James Bond raddoppia gli incassi, passando dai tradizionali 500 milioni worldwide al miliardo tondo, ed entra in una dimensione in cui tutto sembra possibile: avere registi premio Oscar, attori premio Oscar, e addirittura riuscire a vincerne a sua volta, come successo al Adele! In seguito a tutto ciò appariva insensato imbroccare una strada nuova, e di fatti il team creativo al gran completo venne confermato per il capitolo successivo, bissando sostanzialmente lo stesso successo economico. Più tiepida sarà invece la critica. Oggi però, senza più Mendes, quale strada può intraprendere il franchise? Ogni nome che si è fatto sottintende una direzione precisa da prendere: Nolan, che per autorevolezza e prestigio sarebbe l’unico tra i nomi circolati a non soffrire del paragone con Mendes, potrebbe fare con Bond quanto già fatto con Batman, facendo assurgere la saga bondiana ad un lirismo mai conosciuto prima. Ma, come non abbiamo mai visto un film di Bond diretto da Stanley Kubrick o da Quentin Tarantino, così probabilmente non ne vedremo uno diretto da Nolan. Eon, per quanto disposta a lasciar spazio agli autori, non è disponibile a dare carta bianca. E quindi i nomi davvero papabili restano 3: Yann Demange, David MacKenzie e Denis Villeneuve. Un francese, un inglese e un canadese.


 Ognuno dei 3, per storia e stile, rappresenta una precisa direzione in cui la saga potrà orientarsi. Il francese Demange è quasi un esordiente, ha appena 40 anni, ed è molto distante dal pedigree dei registi bondiani a cui siamo abituati. Se fosse inglese, lo si potrebbe apparentare ai “ragazzi di bottega” nati e svezzati in casa Eon. Sarebbe un ideale ritorno a schemi produttivi anni ’80, tanto per intenderci: prodotti fatti e confezionati da Eon. Potrebbe essere una carta valida da giocarsi in futuro, per un eventuale nuovo reboot, ma probabilmente non adesso. David MacKenzie è diverso, è un solido regista inglese, duttile e con esperienza nel campo dell’azione. Potrebbe essere una sorta di nuovo Martin Campbell, capace di restituire a Bond quella natura action che si è un pò persa nell’ultimo lustro. Inoltre è inglese: fattore che, sappiamo bene, non è affatto secondario agli occhi di Eon. Se prima di lui non ci fosse stato il tornado Mendes, è molto probabile che MacKenzie sarebbe potuto essere la prima scelta di Barbara Broccoli, ma il confronto tra un premio Oscar, reduce dal più blasonato film della saga ed il quasi sconosciuto debuttante potrebbe nuocere fatalmente alla sua candidatura. 

Chi invece sembra avere le carte in regola per sfangarla è il canadese Denis Villeneuve, che attualmente è tra i nomi più gettonati dello starsystem. Il suo Arrival ha calamitato l’attenzione di pubblico e critica, imponendosi come uno dei casi cinematografici dell’anno. Ed è sempre suo l’imminente Blade Runner 2049, che si prospetta come uno dei titoli di punta della nuova stagione cinematografica. Villeneuve sembra avere tutte le credenziali: capacità, nome, persino il prestigio giusto per riuscire a misurarsi col suo diretto predecessore. Inoltre ha dimostrato di avere dimestichezza con generi come thrilling ed action. E non è detto che la fantascienza, alla quale si è legato per le sue ultime pellicole, non torni utile anche con Bond. Dopo tutto quanti anni sono che 007 non ha che fare con lo spazio?

 

Francesco Schietroma

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One thought on “Bond 25: There are: an English, a French, a Canadian.”

  1. Tra questi spero tanto in Villeneuve!

    Anche se un mio desiderio, probabilmente irrealizzabile, è quello di vedere un film di Bond diretto da DAvid FIncher!…e questo potrebbe essere quello giusto…Craig e FIncher hanno già lavorato insieme…si potrebbe dare una degna conclusione al ciclo SPECTRE, con Blofeld che scappa…Bond che parte alla sua ricerca, operazione BEDLAM (cit. da Al servizio segreto di sua maestà). Tra l’altro secondo me potrebbe essere anche un buon titolo:)

    Poi via…cambio attore…Nolan alla regia e via di miliardi di $$

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